Paradiso Canto VI

Paradiso 6

Cesare fui e son Iustinïano,
che, per voler del primo amor ch’i’ sento,
d’entro le leggi trassi il troppo e ‘l vano.

vv. 10-12

Nel Cielo di Mercurio, dove si trovano gli spiriti operanti per la gloria terrena, l’imperatore Giustiniano, narra a Dante la storia della sua vita, dalla conversione all’opera legislativa con la quale riordinò il diritto romano. Poi rievoca l’epopea di Roma e del suo impero, simboleggiato dal segno dell’aquila. La narrazione parte da Pallante, figlio di Evandro re del Lazio, che morì combattendo in aiuto di Enea, che aveva portato da Troia la gloriosa insegna. Prosegue con le vicende dei sette re e dell’età repubblicana, quando Roma estese le sue conquiste. Dopo aver accennato alle guerre civili, Giustiniano presenta Cesare, che diede a Roma il dominio del mondo. La terra, unita e pacificata, fu pronta a ricevere, sotto il suo successore, Augusto, la venuta del Messia, che riscattò l’umanità dal peccato con il sacrificio della croce. Fu Roma poi che vendicò la morte di Cristo distruggendo Gerusalemme ad opera dell’imperatore Tito e punendo il popolo ebraico. Infine il segno dell’aquila, in mano a Carlo Magno, difese la Chiesa di fronte ai Longobardi. Giustiniano termina ammonendo i Guelfi e i Ghibellini a non asservire ai propri interessi faziosi il simbolo dell’aquila, sacro e universale. Dopo aver spiegato che nel cielo di Mercurio si trovano coloro che desiderarono conseguire la fama nel mondo, Giustiniano indica la nobile figura di Romeo di Villanova, ministro di Berengario IV conte di Provenza, costretto ingiustamente all’esilio dalle accuse di cortigiani invidiosi del suo potere.

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