Inferno Canto XXIII

Inferno 23

Poi disser me: «O Tosco, ch’al collegio
de l’ipocriti tristi sè venuto,
dir chi tu se’ non avere in dispregio».

vv. 91-93

Inferociti per lo smacco subito, i Malebranche inseguono i due pellegrini, ma questi riescono a porsi in salvo calandosi per il dirupo che porta nella sesta Bolgia dell’ottavo Cerchio. Qui una folla di anime, quelle degli ipocriti, avanza a passi lentissimi, oppressa da pesanti cappe di piombo, tutte dorate esteriormente. Due dei dannati pregano Dante e Virgilio di sostare. Uno di loro, invitato dal Poeta, parla di sé e del compagno e accenna alla loro colpa: sono bolognesi e frati Gaudenti entrambi, ricoprirono insieme a Firenze la carica di podestà, con il compito di riportare la pace fra i partiti. I risultati della loro doppiezza sono ancora visibili nei pressi del Gardingo, dove un tempo sorgevano le dimore degli Uberti, poi rase al suolo. Dante di nuovo rivolge loro la parola, ma all’improvviso tace, poiché il suo sguardo si ferma su un peccatore crocifisso a terra per mezzo di tre pali. Uno dei due frati Gaudenti gli spiega che si tratta del gran sacerdote Caifas, il quale suggerì al Farisei di suppliziare e uccidere Cristo, poi rivela che nessun ponte scavalca la sesta Bolgia. Malacoda ha dunque mentito. Virgilio, crucciato, si allontana a gran passi, seguito dal discepolo.

Questo Canto è stato adottato da BCC Credito Cooperativo Ravennate Forlivese e Imolese

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Lettura del Canto

Il Canto viene letto da Andrea Chaves

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