Inferno Canto XXX

Inferno 30

E l’Aretin che rimase, tremando
mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi,
e va rabbioso altrui così conciando».

vv. 31-33

Appena Capocchio ha finito di parlare, Gianni Schicchi, un peccatore che si trova nella decima Bolgia dell’ottavo Cerchio per essersi sostituito, fingendosi moribondo, a Buoso Donati già morto ed aver dettato il testamento di quest’ultimo in proprio favore, lo addenta furiosamente azzannandolo sul collo e trascinandolo col ventre a terra. A Griffolino d’Arezzo, che era lì accanto, Dante chiede chi sia l’altra anima che è giunta lì in preda alla furia insieme a Gianni Schicchi. È Mirra, che si invaghì del padre contrariamente a ogni legge morale. La donna, pur di giacere con lui, si era finta un’altra donna. Dante scorge un dannato il cui corpo, deformato dall’idropisia, ha la forma di un liuto. È maestro Adamo, che coniò, per incarico dei conti Guidi di Romena, fiorini di Firenze aventi tre carati di metallo vile. Questo suo reato gli valse la condanna al rogo e la dannazione eterna. Pregato da Dante, fa il nome di due suoi compagni di pena tormentati da una febbre altissima. Sono la moglie dell’egiziano Putifar, che accusò ingiustamente Giuseppe di averla insidiata, e il greco Sinone, reo di aver persuaso Priamo a fare entrare in Troia il cavallo escogitato da Ulisse. Sinone, forse indispettito per la menzione poco onorevole che di lui ha fatto maestro Adamo, sferra sul ventre dell’idropico un pugno vigoroso, ma Adamo non tarda a rispondergli colpendolo violentemente sul volto. I due cominciano allora a rinfacciarsi a vicenda sia le colpe passate, sia i morbi che attualmente li deformano. Virgilio interviene bruscamente a distogliere il discepolo dall’assistere a un così turpe spettacolo.

Questo Canto è stato adottato da Palazzo Galletti Abbiosi

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