Paradiso Canto XIX

Paradiso 19

Parea dinanzi a me con l’ali aperte
la bella image che nel dolce frui
liete facevan l’anime conserte;

vv. 1-3

Nel sesto Cielo, quello di Giove, le anime dei giusti, che formano la magnifica immagine dell’aquila, dicono a Dante di aver meritato la gloria dei cieli per aver osservato sulla terra la giustizia e la misericordia. A loro Dante chiede la spiegazione di un antico e persistente dubbio, presente in lui da lungo tempo, riguardante il mistero della predestinazione. È come se a parlare fosse l’aquila, e questa dichiara, innanzitutto, l’imperscrutabilità dei decreti divini: nessuna intelligenza umana potrà mai penetrare il mistero della sapienza e della giustizia di Dio. Poi risponde alle domande più frequenti intorno alla predestinazione: perché sono condannati alla dannazione coloro che, non per colpa propria, non hanno mai conosciuto la fede e sono morti senza battesimo? La risposta è una sola: Dio, sommo Bene, non può volere il male e l’ingiustizia. Gli uomini devono essere soddisfatti di questa verità: tutto ciò che Dio decide avviene secondo giustizia e amore.  L’aquila dichiara che nessuno è mai asceso al Paradiso senza aver creduto in Cristo venturo o venuto. Molti sulla Terra hanno sempre il nome di Cristo sulle labbra e tuttavia il Giorno del Giudizio saranno a Lui molto meno vicini di quegli uomini che non l’hanno mai conosciuto e sono morti senza battesimo. Nell’ultima parte del canto il Poeta eleva una dura invettiva contro i malvagi reggitori d’Europa. Nel giorno del Giudizio Universale la loro disonestà e la loro corruzione saranno manifestate esplicitamente nel libro della giustizia divina.

Questo Canto è stato adottato da Dr. Gianni Bendandi

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Lettura del Canto

Il Canto viene letto da Spazio A

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