Paradiso Canto XX

Paradiso 20

però che tutte quelle vive luci,
vie più lucendo, cominciaron canti
da mia memoria labili e caduci.

vv. 10-12

Nel sesto Cielo, quello di Giove, dopo che l’aquila ha concluso il suo discorso sulla predestinazione, le anime dei giusti riprendono i loro canti finché dal collo dell’aquila sale un mormorio che diventa ben presto voce. L’aquila indica a Dante gli spiriti che formano il suo occhio e che godono il più alto grado di beatitudine nel cielo di Giove. Il primo è Davide, l’autore dei Salmi, il secondo è Traiano, il terzo è il re ebraico Ezechia che, giunto in punto di morte, ottenne da Dio di poter vivere per altri quindici anni, il quarto è Costantino, che trasferì la capitale dell’impero romano da Roma a Bisanzio. Nella parte bassa dell’arco sopracciliare dell’aquila si trova Guglielmo II, re di Sicilia e di Puglia, l’ultimo è il guerriero troiano Rifeo. A Dante, che ha manifestato il suo profondo stupore nel vedere due pagani, come Traiano e Rifeo, partecipi della beatitudine celeste, l’aquila spiega che il primo fu salvato per le preghiere di San Gregorio Magno. Per queste preghiere l’anima di Traiano fu evocata dal Limbo e tornò a vivere per breve tempo. Tornato in vita, credette in Cristo e si riempì di una tale carità da guadagnarsi la salvezza, dunque andò in Cielo. Rifeo, amantissimo della giustizia, ricevette da Dio il dono di conoscere la futura redenzione. Occorre dunque che gli uomini siano cauti nel giudicare quelli che sono dannati e quelli che sono salvi, perché neppure quelli che godono della vista di Dio conoscono ancora tutti gli eletti.

Questo Canto è stato adottato da I Consiglieri dell’OMCeO di Ravenna 2021-2024

Clicca qui per visualizzare nella mappa i luoghi del Percorso Dantesco

Risorse Disponibili

Lettura del Canto

Il Canto viene letto da Spazio A

Accettare la cookie policy per visualizzare il contenuto