Inferno Canto XXV

Inferno 25

Li altri due ‘l riguardavano, e ciascuno
gridava: «Omè, Agnel, come ti muti!
Vedi che già non se’ né due né uno».

vv. 67-69

Nella settima Bolgia dell’ottavo Cerchio, dopo aver predetto la sconfitta dei Bianchi ad opera di Moroello Malaspina, Vanni Fucci alza le mani in un gesto osceno contro Dio, ma due serpenti si avventano immediatamente contro di lui. Il ladro pistoiese, con le braccia e il collo chiusi nelle loro spire, fugge inseguito dal centauro Caco, colpevole anche quest’ultimo di furto con frode. Tre dannati vengono nel frattempo a fermarsi sotto l’argine roccioso. Un serpente munito di sei piedi si lancia contro uno di questi ladri e si abbarbica al suo corpo come l’edera ad un albero. Come se fosse di cera la forma umana si trasferisce in quella del serpente, mentre questa si perde in quella dell’uomo. Il risultato è un mostro dall’aspetto indefinibile, che incomincia a percorrere con lento passo il fondo della Bolgia. Subito dopo, un serpentello – che è uno dei peccatori trasformati – trafigge l’ombelico ad un altro dei tre ladri, ricadendo poi a terra davanti a lui come privo di forze. Mentre il serpente e l’uomo si guardano attraverso il fumo che, uscendo dalla bocca del rettile, si scontra con quello che si sprigiona dalla ferita dell’uomo, avviene la terza delle trasformazioni: l’uomo assume a poco a poco le fattezze del serpente che gli sta davanti e questo si  trasforma nel dannato che ha ferito. La pena di coloro che in vita privarono il prossimo di beni materiali, è di essere privati del solo bene inalienabile di cui, per legge di natura, un uomo può disporre: la propria figura umana.

Questo Canto è stato adottato da Mario Boccaccini per ricordare il grande musicista Luigi Rinaldo Legnani

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Risorse Disponibili

Lettura del Canto

Il Canto viene letto da Andrea Chaves

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