Inferno Canto XXXIII

Inferno 33

E disser: «Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia».

vv. 61-63

Confitti nel ghiaccio dell’Antenora, la seconda Zona del nono Cerchio, Dante ha appena chiesto un dannato, che rode rabbiosamente la nuca del suo compagno di pena, chi essi siano. È Ugolino della Gherardesca che, già potentissimo a Pisa, fu fatto prigioniero dal Ghibellini e fu lasciato morire di fame insieme a due figli e a due nipoti. L’altro è l’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, alla cui frode e alla cui crudeltà egli dovette la cattura e la fine orribile. Traditori ambedue (il conte Ugolino era accusato di avere consegnato a Lucca ed a Firenze alcuni castelli pisani), scontano la colpa nello stesso luogo, ma le loro pene non sono certo pari: Ruggieri oltre al tormento del gelo eterno, ha anche quello che gli infligge la rabbia del suo nemico. Per Ugolino, al dramma della dannazione, si aggiunge l’ira e la sete inesausta di vendetta contro il suo nemico. Lo sdegno che la narrazione di Ugolino accende nel Poeta, lo fa prorompere in una fiera invettiva contro Pisa. Nella terza zona di Cocito, la Tolomea, dove sono puniti i traditori degli ospiti, Dante e Virgilio trovano il faentino Alberigo dei Manfredi, che invitò a banchetto alcuni consanguinei per ucciderli. Il dannato spiega a Dante, meravigliato perché sapeva che Alberigo era ancora vivo, che per una legge propria della Tolomea egli è all’inferno solo con l’anima, mentre il suo corpo sulla terra è governato da un demonio. Nella medesima condizione è anche il genovese Branca d’Oria, reo di avere ucciso il suocero Michele Zanche. Il canto si conclude con una dura invettiva di Dante contro i Genovesi.

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Lettura del Canto

Il Canto viene letto da Andrea Chaves

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