Paradiso Canto XXIX

Paradiso 29

Vedi l’eccelso omai e la larghezza
de l’etterno valor, poscia che tanti
speculi fatti s’ ha in che si spezza,
uno manendo in sé come davanti”.

vv. 142-145

Dante è nel nono Cielo, il Primo Mobile. Quando il Sole e la Luna, nelle costellazioni dell’Ariete e della Bilancia, si trovano sulla linea dell’orizzonte che taglia a metà il loro disco, passa solo un istante brevissimo prima che l’uno tramonti e l’altro sorga. Beatrice resta in silenzio un tempo equivalente, tenendo lo sguardo fisso sul punto luminosissimo che aveva sopraffatto la vista del poeta (Dio). Poi Beatrice spiega le gerarchie angeliche: dove, quando, come furono creati gli angeli. La donna chiarisce che l’Altissimo, non per accrescere il proprio bene ma perché il suo splendore potesse riflettersi in altri esseri, creò le intelligenze angeliche. Non si può dire che prima Dio fosse inoperoso, giacché prima della creazione non ci fu né un «prima» né un «dopo» (impressionante che Dante indichi la creazione del tempo simultanea all’inizio del Creato), così la forma e la materia, unite e separate, uscirono perfette dall’atto della creazione. Tale atto fu istantaneo. Beatrice racconta quando e perché avvenne la ribellione di alcuni angeli, quale fu il premio per quelli rimasti fedeli e per quale motivo sbagliano quei pensatori che attribuiscono alle creature angeliche le tre facoltà umane dell’intelligenza, volontà e memoria. Parla poi del numero sterminato degli angeli e della diversa intensità con la quale godono la visione diretta di Dio. Dante sottolinea che la creazione degli angeli fu un atto gratuito dell’amore divino, che volle manifestarsi in altri esseri e che le intelligenze angeliche, i cieli e la materia, furono creati da Dio istantaneamente e simultaneamente. A proposito delle facoltà umane attribuite agli angeli, il discorso di Beatrice diventa polemico: i cattivi predicatori del Vangelo, che hanno sostituito alle verità della fede cristiana le loro inutili ciance, sono rappresentati attraverso la grottesca figura del frate che predica dal pulpito, mentre il diavolo si annida nel suo cappuccio. Il canto si chiude con la visione di Dio che, pur rispecchiandosi in migliaia di creature angeliche, conserva la sua eterna unità.

Sant'Apollinare in Veclo

Nel Canto XXIX Dante tratta la teologia degli Angeli e ne esprime l’essenza con una meravigliosa metafora in cui l’eterna potenza di Dio si riverbera nei vari Angeli come la luce in una miriade di specchi, recepita dalle intelligenze angeliche in modo diverso, ma sempre rimanendo una. È sembrato giusto avvicinare tale immagine alla testimonianza delle Clarisse Francescane, che qui hanno il loro Monastero, accanto alla Chiesa di Sant’Apollinare in Veclo, perché anche ad esse e alla loro vita dedicata alla preghiera l’Amore di Dio si dona.

Sant'Apollinare in Veclo

Questo Canto è stato adottato da Gabriella De Carlo Gualandi

Per un approfondimento sul Monastero delle Clarisse Cappuccine

Clicca qui per visualizzare nella mappa i luoghi del Percorso Dantesco

Risorse Disponibili

Lettura del Canto

Il Canto viene letto da Andrea Chaves.

Accettare la cookie policy per visualizzare il contenuto